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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Auguri

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Ludovica saluta il nuovo anno e tutta la vita che verrà.

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Un’estate alle spalle

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Non si esiste che quando si è fotografati.
(Jorge Luis Borges)

In una foto di spalle c’è qualcosa di più. C’è tutto ciò che ti sta davanti e pure l’occhio che ti sta dietro, prolungamento dello sguardo, porzione cieca per te che sei soggetto, mistero svelato solo poi. Davanti la luce, il mondo che si apre, orizzonte mobile, spaziatura dei sensi. Dietro l’incognita, la distanza ignara del tanto o del poco che credi di conoscere.

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Fotografie

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Non so per quale motivo torno spesso a questa foto. Non fa parte dei miei album di famiglia e non ha neppure le caratteristiche di una foto artistica, non è particolarmente azzeccata con quel controluce che la rabbuia. Con che cosa dunque va a collimare? Quali rimandi, nostalgie, tempo perduto, occasioni mancate va a solleticare?
Al momento dello scatto, i due ragazzi erano placidamente seduti sul prato di trifoglio che dava sul fiume, composti, silenziosi, forse solo a tratti qualche bisbiglio. Guardavano l’acqua che scorreva, semplicemente. Non avevano bisogno di parlarsi. Li racchiudeva una bolla cristallina che li univa e li separava da tutto il resto. Il resto che in quel momento consisteva nel frastuono assordante di musica sparata a tutto volume, grida, motorette che passavano rombando alle loro spalle, chiacchiericcio domenicale.
E loro lì, parte del tutto eppure estranei, capaci di sottrarsi pur restando.
Poi c’è stato un momento, ma è stato un attimo, in cui le nuvole hanno aperto un varco in cui sono scivolati i raggi del sole, proprio attorno a loro, come nelle illuminazioni divine dei quadri del settecento. In quell’istante i due ragazzi hanno assunto la forza attrattiva del magico, del sogno, di un pensiero inespresso, un bacio non dato, un gesto accennato e non compiuto, di una storia ancora da raccontare.
Sì, lo so, mi rendo conto che tutto questo suona sentimentale, ma è così che sono in questa giornata di mezza estate.

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I libri é bello leggerli, ma è pure interessante costruirli.

Prima osserviamo come sono fatti.

Le pagine sono attaccate al dorso della copertina, i libri 
sono lisci, colorati
. Sul dorso ci sono dei fili intrecciati e della colla, c’è la copertina di cartone. I libri hanno un profumo.

 

Senza titolo

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C’era il mare, ed era proprio di fronte alla nostra finestra e non era necessario alzarsi per vederne l’orizzonte. Restando coricati si poteva osservare la linea precisa che marcava i due colori, dell’acqua e del cielo, che a volte si mischiavano fino a essere un unico scenario per le nostre giornate. E poi c’era il sole che sorgeva proprio lì, al centro del riquadro delimitato dallo stipite. Ogni volta si circondava di colori e sfumature cangianti, con guizzi di luce improvvisi che scemavano subito dopo. Io lo sentivo arrivare e cercavo il risveglio in quegli attimi per farmi pungere gli occhi da tutta quella lucentezza. E in quei giorni c’era anche la luna, che sorgeva dall’acqua magnificente, rossastra, io la seguivo passo a passo nella sua salita, nitida, decisa, senza sfilacciature di luce.
In questa comunione con il cielo, nell’alternarsi delle giornate, ho sognato, anzi sono stata visitata da numerosi sogni. Questa espressione meglio si addice al fatto che nei brevi momenti in cui mi abbandonavo al sonno avevo la sensazione di essere attraversata da vene di illuminazione, da scintille di consapevolezza che in nessun altro modo avrei potuto raggiungere, come se mi venisse instillato un sapere necessario . (altro…)

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Fermati ogni tanto. Fermati e lasciati prendere dal sentimento di meraviglia davanti al mondo.
Tiziano Terzani

 

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La prima sosta in Calabria è vicino a un frantoio secolare, posto su una terrazza naturale tra gli oliveti di Praia a Mare. La vista da lassù spazia fino a Capo Palinuro. Un momento per rifocillarsi e poi via, a cercare il mare, proprio nel tratto in cui il fiume Noce termina il suo percorso. La spiaggia, prima di essere ripulita dai bagnini degli stabilimenti balneari, è disseminata di legni, rami, cortecce, radici che il fiume trascina con sé e modella, leviga, scolpisce, al punto che in certi casi diventa difficile riconoscerne l’origine. Oggetti naturali così suggestivi che diventa impossibile non vederci forme mostruose, animali fantastici, esseri mitologici che possono diventare stimoli per creare storie con i bambini. Va da sé che ne faccio incetta, riempiendo lo zaino e le tasche. Poi sulla via del ritorno mi imbatto in un giardiniere del comune addetto alla potatura del viale di oleandri e palme che costeggia il mare.
“Mi scusi – faccio io vincendo la mia ritrosia nell’attaccare discorso con sconosciuti- saprebbe dirmi a quale pianta appartiene questo?” e gli allungo un ramo contorto dalla corteccia squamosa a scaglie esagonali su cui avevo elucubrato per un certo tempo.
L’uomo si gira lentamente, si spinge la visiera verso l’alto per inquadrarmi meglio, getta un’occhiata di sufficienza al mio reperto e, riprendendo il lavoro, sentenzia: “ ‘na radice di canna. Se l’è portata il fiume, come tutto il resto. Mica solo piante eh, pure munnizza!”
Poi interrompe il suo lavoro, si volta verso di me, prende il legno, lo rigira tra le mani, inclina la testa da un lato poi dall’altro trovando diversi punti di osservazione.
“Ci si può lavorare sopra… “ afferma con un’ improvvisa luce nello sguardo.
“E’ quello che pensavo anch’io!” lo sollecito, contenta di avere trovato una corrispondenza di intenti, sperando in uno scambio di idee. Ma in breve mi ritrovo a osservare volti, animali, barche che scivolano fuori da una cassetta che si porta appresso con l’Apecar, legni trasformati dalla sua mano esperta.
Poi mostrandomi un veliero aggiunge: “Questo l’ho intagliato per mio figlio. Voglio che tenga un buon ricordo di me, che sappia che lo penso. Non come il padre mio che se ne andò tanti anni fa e non si fece più vedere. ”
Senza altre parole, richiude tutto nella cassetta e ritorna a cesellare germogli di palma nana.

 

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Villa Speranza

Di nuovo succederà. Ancora una volta, quando si aprirà il sipario, mi troverò al centro di uno spazio che per poco più di un’ora si dilaterà al punto da diventare un altrove. Accadrà che per qualche manciata di minuti la mia voce non sarà quella del mio sentire e diventerò anima e pensiero della signora Savage. I suoi desideri saranno i miei, così come i ricordi, le ambizioni. La sua forza diventerà energia del mio movimento, la sua rabbia un gesto trattenuto, la perplessità un mio sopracciglio sollevato. Per qualche tempo sconfinerò in un’altra pelle, mischierò il tremore dell’esibizione al timore di essere rinchiusa in un manicomio, dimenticherò il mio modo di parlare per sussurrare e gridare fingendo una pazzia che nasconde saggezza. Per un tempo breve, e lunghissimo, con gli occhi abbagliati e la gola muta, sentirò solo i battiti accelerati del cuore, il mio, e poi, nel tempo che seguirà, sarò solo e solamente lei, la disarmante signora Savage.

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Da qualche tempo accompagno mio padre nella visita domenicale al cimitero. Poiché non è più in grado di affrontare la camminata da solo, lo prendo sottobraccio e a piccoli passi percorriamo il vialetto ghiaioso che attraversa il camposanto. Una breve sosta davanti alle tombe dei parenti stretti, una più duratura davanti al loculo dove sono deposte le ceneri di mia madre. Là si appoggia con entrambe le mani al bastone, incurva le spalle e china la testa. Rimaniamo silenziosi, lui con gli occhi fissi sulla graniglia del pavimento, io che cerco di sostenere lo sguardo sempre severo della mamma, finché arriva il suo “andòm”, andiamo, perentorio e inappellabile. Per il ritorno scegliamo il percorso meno dissestato, che ci porta a dare un saluto ad altri conoscenti: un vecchio compagno di scuola con cui mio padre faceva la strada ogni mattina per andare a lezione, la vicina di casa che era casellante della ferrovia Parma-Suzzara, la figlia del pollivendolo morta giovane per una malattia fulminante, la maestra delle elementari di cui ricordo nitidamente il rossetto luminoso che metteva ogni giorno al termine delle lezioni, prima di uscire dall’edificio a braccetto del marito, insegnante nella stessa scuola. Ripassiamo mentalmente un pezzo della nostra vita attraverso le lapidi di marmo, gli avelli ornati di fiori finti, le fotografie strette tra iscrizioni, angeli con le ali distese e madonnine in preghiera.
“Ormai sono tutti qui” sospira e non saprei dire se si tratta di rammarico o di timore, o forse entrambi, ben miscelati, come accade spesso nei nostri sentimenti, quando s’intrecciano quelli avversi, che sembrano in opposizione, ma con labili confini, l’amore e l’odio, la paura e il coraggio, fiducia e diffidenza, desiderio e avversione.
Poi arriviamo al grande cancello d’ingresso e immancabilmente mio padre sposta il bastone nella mano sinistra, con un mezzo giro su se stesso solleva il cappello in segno di saluto e, tenendolo sospeso in aria, abbraccia con lo sguardo tutto il cimitero. Nessun segno di croce o gesto religioso, solo quel cappello alzato, come si faceva un tempo verso chi si portava rispetto e benevolenza.

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Preso! e sei morto

“Chi muore si trasforma immediatamente in passato. Poco importa quant’era importante, quanta bontà o quanta voglia di vivere avesse, o come sia impensabile l’esistenza senza di lui: la morte dice preso! e la vita svanisce in un secondo e la persona si trasforma in passato. Tutto quello che era legato a lei diventa un ricordo che lotti per conservare, che è un tradimento dimenticare. Dimenticare il suo modo di bere il caffè. Il suo modo di ridere. Il suo modo di alzare gli occhi. Eppure lo dimentichi. È la vita che lo pretende. Dimentichi a poco a poco, ma con costanza, e può essere talmente doloroso che fa male al cuore.”
Paradiso e inferno, Jon Kalman Stefansson

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Giallo-rosso-blu ,1925

Giallo-rosso-blu ,1925

“Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde.

Per Kandinskij il giallo è un colore “femminile”, comunica l’espressione piena, forte, vitale dell’energia, eccita all’azione come uno squillo di tromba o un’intera fanfara militare.
Il blu, principio “maschile”, è un colore profondo, severo e spirituale: nel suo tono medio ricorda il suono del violoncello, se tende a maggiore profondità evoca l’organo, se invece vira verso l’azzurro si alleggerisce come il suono di un flauto.
Il rosso, colore della materia, della terra, è forte e pesante, come le note di una tuba.
L’arancione, avvicinabile al giallo, è un colore frivolo e turbolento come i gorgheggi di un soprano.
Il verde, somma di blu e giallo, può prendere dall’uno e dall’altro, e ha dunque la versatilità di timbri di un violino.
Il viola ricorda il corno inglese o il fagotto, mentre il bianco è l’assenza di suono, l’indispensabile pausa tra una nota e l’altra.
Il nero, poi, è il buio, il silenzio che cala alla fine del concerto.
(Lo spirituale nell’arte, 1912)

Una mostra da non perdere.

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/milano-kandinsky-a-palazzo-reale/150081/148588

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