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C’era il mare, ed era proprio di fronte alla nostra finestra e non era necessario alzarsi per vederne l’orizzonte. Restando coricati si poteva osservare la linea precisa che marcava i due colori, dell’acqua e del cielo, che a volte si mischiavano fino a essere un unico scenario per le nostre giornate. E poi c’era il sole che sorgeva proprio lì, al centro del riquadro delimitato dallo stipite. Ogni volta si circondava di colori e sfumature cangianti, con guizzi di luce improvvisi che scemavano subito dopo. Io lo sentivo arrivare e cercavo il risveglio in quegli attimi per farmi pungere gli occhi da tutta quella lucentezza. E in quei giorni c’era anche la luna, che sorgeva dall’acqua magnificente, rossastra, io la seguivo passo a passo nella sua salita, nitida, decisa, senza sfilacciature di luce.
In questa comunione con il cielo, nell’alternarsi delle giornate, ho sognato, anzi sono stata visitata da numerosi sogni. Questa espressione meglio si addice al fatto che nei brevi momenti in cui mi abbandonavo al sonno avevo la sensazione di essere attraversata da vene di illuminazione, da scintille di consapevolezza che in nessun altro modo avrei potuto raggiungere, come se mi venisse instillato un sapere necessario . Continua a leggere »

Fermati ogni tanto. Fermati e lasciati prendere dal sentimento di meraviglia davanti al mondo.
Tiziano Terzani

 

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La prima sosta in Calabria è vicino a un frantoio secolare, posto su una terrazza naturale tra gli oliveti di Praia a Mare. La vista da lassù spazia fino a Capo Palinuro. Un momento per rifocillarsi e poi via, a cercare il mare, proprio nel tratto in cui il fiume Noce termina il suo percorso. La spiaggia, prima di essere ripulita dai bagnini degli stabilimenti balneari, è disseminata di legni, rami, cortecce, radici che il fiume trascina con sé e modella, leviga, scolpisce, al punto che in certi casi diventa difficile riconoscerne l’origine. Oggetti naturali così suggestivi che diventa impossibile non vederci forme mostruose, animali fantastici, esseri mitologici che possono diventare stimoli per creare storie con i bambini. Va da sé che ne faccio incetta, riempiendo lo zaino e le tasche. Poi sulla via del ritorno mi imbatto in un giardiniere del comune addetto alla potatura del viale di oleandri e palme che costeggia il mare.
“Mi scusi – faccio io vincendo la mia ritrosia nell’attaccare discorso con sconosciuti- saprebbe dirmi a quale pianta appartiene questo?” e gli allungo un ramo contorto dalla corteccia squamosa a scaglie esagonali su cui avevo elucubrato per un certo tempo.
L’uomo si gira lentamente, si spinge la visiera verso l’alto per inquadrarmi meglio, getta un’occhiata di sufficienza al mio reperto e, riprendendo il lavoro, sentenzia: “ ‘na radice di canna. Se l’è portata il fiume, come tutto il resto. Mica solo piante eh, pure munnizza!”
Poi interrompe il suo lavoro, si volta verso di me, prende il legno, lo rigira tra le mani, inclina la testa da un lato poi dall’altro trovando diversi punti di osservazione.
“Ci si può lavorare sopra… “ afferma con un’ improvvisa luce nello sguardo.
“E’ quello che pensavo anch’io!” lo sollecito, contenta di avere trovato una corrispondenza di intenti, sperando in uno scambio di idee. Ma in breve mi ritrovo a osservare volti, animali, barche che scivolano fuori da una cassetta che si porta appresso con l’Apecar, legni trasformati dalla sua mano esperta.
Poi mostrandomi un veliero aggiunge: “Questo l’ho intagliato per mio figlio. Voglio che tenga un buon ricordo di me, che sappia che lo penso. Non come il padre mio che se ne andò tanti anni fa e non si fece più vedere. ”
Senza altre parole, richiude tutto nella cassetta e ritorna a cesellare germogli di palma nana.

 

Attraversamenti

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potrei dunque pensare
a tutte quelle parole di carta
sottratte a pensieri svagati
veline di cartacarbone
a ricalcare déjà vu
ricordi in blu di china
o a quelle di latta
rapsodie improvvise
mandrie errabonde
di angustie decadenti

tutto è così confuso, oggi
negli intrecci di mani e voci
che tornano a punteggiare i miei commiati
e io, io
come lanugine di pioppo a primavera
mi depongo
nella scia polverosa delle memorie
e non so
non so fare altro che guardarmi
dritto negli occhi
mentre abbandono i miei passi

Laserterapia

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Il raggio rosso del laser oscilla tra il pollice e il resto della mano. Scivola lungo la pelle tesa delle falangi, supera l’avvallamento vicino al palmo e risale lungo il turgore del primo dito. Allungo meglio il braccio verso quella lama di luce calda, che mi assicuro cada nel punto giusto, voglio che mi faccia bene. Ha l’intermittenza di un battito, il bip di una macchina cardiografica. Mi farà bene? Mi sento soggiogata da quella ritmicità instancabile, attratta da quell’andirivieni terapeutico. Penso che forse la ripetitività del gesto è buona cosa per lenire, per massaggiare qualcosa che dentro ha ceduto. Adesso il palmo è aperto, teso verso l’alto, come in attesa di un qualcosa che deve essere dato. Sto cercando di accelerare una guarigione, dico tra me, perché, sebbene non ci sia stata frattura o lesione, sento che dentro qualcosa è inceppato, non scorre più fluidamente. I miei liquidi interni si sono disseccati, si verificano frizioni là dove prima era uno scivolare incosciente dei tendini nelle guaine; adesso una ruggine granulosa oppone resistenza al movimento. Mi inceppo. E di questa immobilità forzata del gesto rimango stupita e offesa. Mi oppongo, forzo, spingo fino al dolore, fino a quando la scarica elettrica percorre la carne e mi colpisce come una staffilata. È questo che voglio? Opporre resistenza fino a farmi male? Non sarebbe meglio assecondare, accompagnare il dolore, ingannandolo con una compiacenza dei movimenti che lo faccia diventare irrilevante? E invece no, lo affronto di petto, lo provoco, lo voglio sfidare. Voglio sentirne l’affondo per trovare più forza.
La riga rossa mi riscalda la pelle, per contrasto rende più pallida la mia mano. Dei frantumi di luce corrono sul braccio e muoiono oltre il gomito. Davvero ciò che voglio è stare bene?

Ordine Vs Disordine

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Da qualche tempo mi assilla e mi tormenta l’idea dell’ordine. Sperimento una coazione inevitabile a eliminare il disordine che si è impossessato del mio vivere quotidiano. Desidero e pretendo ordine. Lo reclamo negli oggetti che mi circondano, negli spazi che vivo, nei miei pensieri, nelle idee che mi attraversano, negli affetti, talvolta persino nei sogni dove lotto strenuamente contro un disordine sfiancante. Mi sono persino procurata dei libri che mi possano consigliare in quest’opera di pulizia e di riordino, convinta che agendo sugli oggetti potrei sistemare e organizzare la parte più intima di me. Fare ordine equivale a fare chiarezza, scegliere l’essenziale, dirigere la propria energia sulle azioni che meritano di essere agite, destinare il proprio tempo senza sprechi. L’ordine dà sicurezza, pensavo. Ma più mi convinco di questo, tanto più mi sento in balia del disordine che, nonostante gli sforzi, riesce ad avere la meglio, come se fosse connaturato alla vita stessa, come se fosse una necessità, come lo è il buio per la luce. Ordine e caos, dunque, come un giano bifronte che mi muove e guida, dove l’uno invita all’equilibrio, stabilità, all’armonia, mentre il secondo, il regime caotico, introduce nella mia vita imprevedibilità, sorpresa e movimento. L’uno necessario quanto l’altro, riflettevo. Finché mi sono imbattuta in questo:

 
“D’altra parte, nei nuovi sviluppi della Termodinamica, di cui Prigogine è l’iniziatore, ci si accorse che l’ordine poteva e doveva coesistere con il disordine, essere a lui complementare, per arrivare ai concetti di order from noise (ordine dal rumore) e al caso organizzatore. Morin ci dice che tutto ciò che è fisico, dagli atomi agli astri, dai batteri gli uomini, ha bisogno del disordine per organizzarsi, per diventare sistema.”

 

Ecco, senza sapere nulla di termodinamica, anche io l’avevo capito.

Villa Speranza

Di nuovo succederà. Ancora una volta, quando si aprirà il sipario, mi troverò al centro di uno spazio che per poco più di un’ora si dilaterà al punto da diventare un altrove. Accadrà che per qualche manciata di minuti la mia voce non sarà quella del mio sentire e diventerò anima e pensiero della signora Savage. I suoi desideri saranno i miei, così come i ricordi, le ambizioni. La sua forza diventerà energia del mio movimento, la sua rabbia un gesto trattenuto, la perplessità un mio sopracciglio sollevato. Per qualche tempo sconfinerò in un’altra pelle, mischierò il tremore dell’esibizione al timore di essere rinchiusa in un manicomio, dimenticherò il mio modo di parlare per sussurrare e gridare fingendo una pazzia che nasconde saggezza. Per un tempo breve, e lunghissimo, con gli occhi abbagliati e la gola muta, sentirò solo i battiti accelerati del cuore, il mio, e poi, nel tempo che seguirà, sarò solo e solamente lei, la disarmante signora Savage.

Intorno a me

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Vi vorrei tutti qui, intorno a me,

stanotte. Vi immagino arrivare

a frotte dai cinque angoli del mondo:

i vivi e i morti; parenti, amanti,

amici – umani, gatti, cani. Tutti

gli affetti che hanno attraversato

la mia vita, che se non so da dove

è cominciata, tanto meno posso

dire quando mai sarà finita. Perché

qualcosa sempre circola nell’aria –

se ne va, ma poi ritorna. Basta

lasciare che le vele seguano

gli autofagi capricci di Crono

e del suo vento. Basta allentare

la presa delle cime, lasciar colare

sulle tempie il tempo,

senza spavento.

Franco Marcoaldi, Il tempo ormai breve
 

 

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