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Attraversamenti

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potrei dunque pensare
a tutte quelle parole di carta
sottratte a pensieri svagati
veline di cartacarbone
a ricalcare déjà vu
ricordi in blu di china
o a quelle di latta
rapsodie improvvise
mandrie errabonde
di angustie decadenti

tutto è così confuso, oggi
negli intrecci di mani e voci
che tornano a punteggiare i miei commiati
e io, io
come lanugine di pioppo a primavera
mi depongo
nella scia polverosa delle memorie
e non so
non so fare altro che guardarmi
dritto negli occhi
mentre abbandono i miei passi

Laserterapia

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Il raggio rosso del laser oscilla tra il pollice e il resto della mano. Scivola lungo la pelle tesa delle falangi, supera l’avvallamento vicino al palmo e risale lungo il turgore del primo dito. Allungo meglio il braccio verso quella lama di luce calda, che mi assicuro cada nel punto giusto, voglio che mi faccia bene. Ha l’intermittenza di un battito, il bip di una macchina cardiografica. Mi farà bene? Mi sento soggiogata da quella ritmicità instancabile, attratta da quell’andirivieni terapeutico. Penso che forse la ripetitività del gesto è buona cosa per lenire, per massaggiare qualcosa che dentro ha ceduto. Adesso il palmo è aperto, teso verso l’alto, come in attesa di un qualcosa che deve essere dato. Sto cercando di accelerare una guarigione, dico tra me, perché, sebbene non ci sia stata frattura o lesione, sento che dentro qualcosa è inceppato, non scorre più fluidamente. I miei liquidi interni si sono disseccati, si verificano frizioni là dove prima era uno scivolare incosciente dei tendini nelle guaine; adesso una ruggine granulosa oppone resistenza al movimento. Mi inceppo. E di questa immobilità forzata del gesto rimango stupita e offesa. Mi oppongo, forzo, spingo fino al dolore, fino a quando la scarica elettrica percorre la carne e mi colpisce come una staffilata. È questo che voglio? Opporre resistenza fino a farmi male? Non sarebbe meglio assecondare, accompagnare il dolore, ingannandolo con una compiacenza dei movimenti che lo faccia diventare irrilevante? E invece no, lo affronto di petto, lo provoco, lo voglio sfidare. Voglio sentirne l’affondo per trovare più forza.
La riga rossa mi riscalda la pelle, per contrasto rende più pallida la mia mano. Dei frantumi di luce corrono sul braccio e muoiono oltre il gomito. Davvero ciò che voglio è stare bene?

Ordine Vs Disordine

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Da qualche tempo mi assilla e mi tormenta l’idea dell’ordine. Sperimento una coazione inevitabile a eliminare il disordine che si è impossessato del mio vivere quotidiano. Desidero e pretendo ordine. Lo reclamo negli oggetti che mi circondano, negli spazi che vivo, nei miei pensieri, nelle idee che mi attraversano, negli affetti, talvolta persino nei sogni dove lotto strenuamente contro un disordine sfiancante. Mi sono persino procurata dei libri che mi possano consigliare in quest’opera di pulizia e di riordino, convinta che agendo sugli oggetti potrei sistemare e organizzare la parte più intima di me. Fare ordine equivale a fare chiarezza, scegliere l’essenziale, dirigere la propria energia sulle azioni che meritano di essere agite, destinare il proprio tempo senza sprechi. L’ordine dà sicurezza, pensavo. Ma più mi convinco di questo, tanto più mi sento in balia del disordine che, nonostante gli sforzi, riesce ad avere la meglio, come se fosse connaturato alla vita stessa, come se fosse una necessità, come lo è il buio per la luce. Ordine e caos, dunque, come un giano bifronte che mi muove e guida, dove l’uno invita all’equilibrio, stabilità, all’armonia, mentre il secondo, il regime caotico, introduce nella mia vita imprevedibilità, sorpresa e movimento. L’uno necessario quanto l’altro, riflettevo. Finché mi sono imbattuta in questo:

 
“D’altra parte, nei nuovi sviluppi della Termodinamica, di cui Prigogine è l’iniziatore, ci si accorse che l’ordine poteva e doveva coesistere con il disordine, essere a lui complementare, per arrivare ai concetti di order from noise (ordine dal rumore) e al caso organizzatore. Morin ci dice che tutto ciò che è fisico, dagli atomi agli astri, dai batteri gli uomini, ha bisogno del disordine per organizzarsi, per diventare sistema.”

 

Ecco, senza sapere nulla di termodinamica, anche io l’avevo capito.

Villa Speranza

Di nuovo succederà. Ancora una volta, quando si aprirà il sipario, mi troverò al centro di uno spazio che per poco più di un’ora si dilaterà al punto da diventare un altrove. Accadrà che per qualche manciata di minuti la mia voce non sarà quella del mio sentire e diventerò anima e pensiero della signora Savage. I suoi desideri saranno i miei, così come i ricordi, le ambizioni. La sua forza diventerà energia del mio movimento, la sua rabbia un gesto trattenuto, la perplessità un mio sopracciglio sollevato. Per qualche tempo sconfinerò in un’altra pelle, mischierò il tremore dell’esibizione al timore di essere rinchiusa in un manicomio, dimenticherò il mio modo di parlare per sussurrare e gridare fingendo una pazzia che nasconde saggezza. Per un tempo breve, e lunghissimo, con gli occhi abbagliati e la gola muta, sentirò solo i battiti accelerati del cuore, il mio, e poi, nel tempo che seguirà, sarò solo e solamente lei, la disarmante signora Savage.

Intorno a me

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Vi vorrei tutti qui, intorno a me,

stanotte. Vi immagino arrivare

a frotte dai cinque angoli del mondo:

i vivi e i morti; parenti, amanti,

amici – umani, gatti, cani. Tutti

gli affetti che hanno attraversato

la mia vita, che se non so da dove

è cominciata, tanto meno posso

dire quando mai sarà finita. Perché

qualcosa sempre circola nell’aria –

se ne va, ma poi ritorna. Basta

lasciare che le vele seguano

gli autofagi capricci di Crono

e del suo vento. Basta allentare

la presa delle cime, lasciar colare

sulle tempie il tempo,

senza spavento.

Franco Marcoaldi, Il tempo ormai breve
 

 

Chagall delle meraviglie

Dipingo come addormentato in sogno
Quando la foresta si copre di neve
Il mio quadro sembra un altro mondo
Io soltanto, da tanti anni! Resto qui.

 

Io e il mio paese, 1912 matita, acquerello e gouache su carta

Io e il mio paese, 1912
matita, acquerello e gouache su carta

È soltanto mio
Il paese che è nell’anima mia
Vi entro senza passaporto
Come a casa mia
Vede la mia tristezza
E la mia solitudine
Mi addormenta
E mi copre con una pietra profumata.

All'imbrunire, 1938 - 1943 olio su tela

All’imbrunire, 1938 – 1943
olio su tela

Molti hanno fatto dell’umorismo sui miei dipinti, soprattutto sui miei quadri con le teste all’ingiù…
Non ho fatto niente per evitare quelle critiche. Al contrario. Sorridevo – tristemente, certo – della meschinità dei miei giudici. Ma avevo, malgrado tutto, dato un senso alla mia vita.
… se sei pittore, puoi avere la testa al posto dei piedi, e resterai pittore.

Il compleanno, 1915 olio su cartone

Il compleanno, 1915
olio su cartone

Un’appassionante mostra da non perdere: http://www.milanoguida.com/visite-guidate/mostre-milano/mostra-chagall-milano/

Tanto di cappello

Da qualche tempo accompagno mio padre nella visita domenicale al cimitero. Poiché non è più in grado di affrontare la camminata da solo, lo prendo sottobraccio e a piccoli passi percorriamo il vialetto ghiaioso che attraversa il camposanto. Una breve sosta davanti alle tombe dei parenti stretti, una più duratura davanti al loculo dove sono deposte le ceneri di mia madre. Là si appoggia con entrambe le mani al bastone, incurva le spalle e china la testa. Rimaniamo silenziosi, lui con gli occhi fissi sulla graniglia del pavimento, io che cerco di sostenere lo sguardo sempre severo della mamma, finché arriva il suo “andòm”, andiamo, perentorio e inappellabile. Per il ritorno scegliamo il percorso meno dissestato, che ci porta a dare un saluto ad altri conoscenti: un vecchio compagno di scuola con cui mio padre faceva la strada ogni mattina per andare a lezione, la vicina di casa che era casellante della ferrovia Parma-Suzzara, la figlia del pollivendolo morta giovane per una malattia fulminante, la maestra delle elementari di cui ricordo nitidamente il rossetto luminoso che metteva ogni giorno al termine delle lezioni, prima di uscire dall’edificio a braccetto del marito, insegnante nella stessa scuola. Ripassiamo mentalmente un pezzo della nostra vita attraverso le lapidi di marmo, gli avelli ornati di fiori finti, le fotografie strette tra iscrizioni, angeli con le ali distese e madonnine in preghiera.
“Ormai sono tutti qui” sospira e non saprei dire se si tratta di rammarico o di timore, o forse entrambi, ben miscelati, come accade spesso nei nostri sentimenti, quando s’intrecciano quelli avversi, che sembrano in opposizione, ma con labili confini, l’amore e l’odio, la paura e il coraggio, fiducia e diffidenza, desiderio e avversione.
Poi arriviamo al grande cancello d’ingresso e immancabilmente mio padre sposta il bastone nella mano sinistra, con un mezzo giro su se stesso solleva il cappello in segno di saluto e, tenendolo sospeso in aria, abbraccia con lo sguardo tutto il cimitero. Nessun segno di croce o gesto religioso, solo quel cappello alzato, come si faceva un tempo verso chi si portava rispetto e benevolenza.

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