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Cicladi - Sguardo su Ios

Cicladi – Sguardo su Ios

Polonio: “Che cosa leggete, mio signore?”.
Amleto: “Parole, parole, parole”.
(W. Shakespeare, Amleto)

Inventare storie è un’arte assai difficile, perché occorre saperne di tessitura, di alchimia, di incantesimi e di parole.  I bambini in genere non sono intimoriti da questa attività, ci si buttano a capofitto, come in un gioco, seguono le loro strade, si perdono nel bosco dell’illogicità, fanno ricorso alle mollichine conservate nei fondi delle tasche della fantasia, ruminano qualche parola, frullano il tutto e non dimenticano mai il punto finale (i precedenti quasi tutti) e non scordano nemmeno la loro bella firma con svolazzo finale. Sono orgogliosi del risultato, vogliono leggerlo in pubblico, sanno gigioneggiare ammiccando ai compagni quando pronunciano i passaggi più arditi.
Certe volte, invece, accade che la storia appartenga a tutti, sia un’elaborazione dell’inconscio del gruppo, sia il distillato degli alambicchi giornalieri che ci hanno unito in cinque anni di vita comune.  Così è stato per il racconto fantasy creato qualche settimana fa. Una storia ideata in gruppo nella sua ossatura, poi stesa individualmente e dipanata con sfumature personali.
Erano loro i protagonisti dell’avventura, tutti i 24 compagni di classe, e attraversavano lo specchio magico per entrare in un nuovo mondo.
Io, la maestra, ero troppo distratta o troppo presa a fare la maestra per accorgermi del loro trapasso oppure, quando me ne rendevo conto, era già troppo tardi per accompagnarli.  Laggiù, nel nuovo mondo, ognuno era un re dei 24 regni che formavano quei territori e tutti insieme avevano una missione: impedire che il vaso dell’ignoranza cadesse nelle mani delle forze del male che volevano spargerne il contenuto su quelle terre belle e rigogliose.  Per fare questo dovevano ricostruire il puzzle che componeva l’elsa della spada della sapienza, l’unica che avrebbe sconfitto definitivamente le forze malvagie.  Coalizzati e collaborativi, i 24 re e regine sapevano creare artifici, trovare strategie, architettare insieme piani per raggiungere il loro obiettivo. Nelle loro avventure ogni compagno ha trovato spazio, si è mostrato intelligente o arguto, ingegnoso o lungimirante, fedele o collaborativo, attento o fiducioso. Poi, al termine di tutta questa mirabolante impresa, hanno percorso nuovamente il varco e sono tornati nella loro aula.  Qualcuno mi ha descritto in impaziente attesa, altri addormentata, certuni mi avevano portato con loro ma solo come spettatrice di un’impresa che non mi apparteneva.
Tutti comunque consapevoli di avere avuto simbolicamente un’occasione speciale, di essere stati artefici di una straordinaria avventura, l’impresa più eroica, affascinante e terribile per un bambino: diventare adulto, seppure metaforicamente, distaccarsi dal mondo infantile che ancora li intrappola e sperimentarsi in un luogo misterioso, irto di pericoli ma anche di richiami irresistibili, in cui hanno saputo (e sapranno di certo) trovare il loro posto, il miglior posto possibile.

La banalità del male

Piergiorgio Odifreddi, ieri su “La Repubblica”, in un suo breve articolo, accennava alle ricerche compiute da Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, attraverso esperimenti realizzati nel 1963.
L’articolo mi ha riportato alla mente le pagine di un testo di psicologia sociale studiato di recente, che appunto riferiva di questi esperimenti e dei loro risultati decisamente conturbanti.
Milgram voleva approfondire in modo scientifico una domanda che molti suoi contemporanei si ponevano dopo aver assistito ai terribili eventi della Seconda guerra mondiale, in particolare dello sterminio di oltre 6 milioni di ebrei europei, di migliaia di zingari e di numerosi omosessuali, portatori di handicap e oppositori politici. Anche volendo credere che l’idea politica di un tale sterminio potesse essere stata opera di una sola o di poche menti, era evidente che la realizzazione pratica di tale progetto aveva richiesto la collaborazione di migliaia di persone. Come si poteva spiegare la loro obbedienza a ordini che erano in contrasto con le norme più basilari della convivenza e della solidarietà umana? La loro condotta era da considerare una conseguenza aberrante di una normale tendenza a obbedire?
Milgram utilizzò una procedura sperimentale piuttosto semplice. I partecipanti alla ricerca, reclutati tramite un avviso su un giornale, quindi di età diversa e di differente categoria sociale, dovevano assumere il ruolo di allievo lavorando in coppia con un altro presunto partecipante che, in realtà, era uno sperimentatore. Quest’ultimo aveva il compito di memorizzare coppie di parole. Ogni volta che commetteva un errore, “l’insegnante” doveva punirlo mediante la somministrazione di una scossa elettrica che diventava più intensa con il progredire degli errori.  Il setting era predisposto perché tutto apparisse realistico il più possibile e le reazioni “dell’allievo” erano simulate dallo sperimentatore. Inoltre era previsto che lo sperimentatore/conduttore dell’esperimento stimolasse i partecipanti che si mostravano dubbiosi sull’opportunità di proseguire con gli  shock elettrici di intensità crescente.
Milgram si aspettava che solo pochi partecipanti avrebbero obbedito, continuando a dare scosse fino all’intensità massima prevista. I risultati dell’esperimento, replicato anche successivamente, furono in realtà molto diversi: il 65% dei partecipanti obbedì completamente allo sperimentatore.
Sarà dunque vero che “nazisti possiamo essere tutti, comportandoci in maniera conformista rispetto a un potere totalitario”?
Tutti noi “terribilmente normali” da ospitare la banalità del male, applicando regole senza riflettere, esecutori acritici di decisioni altrui?

 “La mia opinione è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale.” Hannah Arendt

Vivere

 

 

Essere un filo di un indumento più grande: forse è questo il senso ultimo del mio essere. Essere me stesso, senza confondere la mia specificità di filo diverso da ogni altro, e insieme, però, unirmi ad altri fili, perché un filo ha senso solo se si unisce ad altri fili, come una nota ha senso solo se si unisce ad altre note, come una lettera ha senso solo se si unisce ad altre lettere e così forma parole, e poi frasi, periodi, magari anche racconti, novelle, romanzi, poesie… Essere se stessi, ma anche legati agli altri…
Vito Mancuso, Disputa su Dio e dintorni

Vivere è solo cercare
qualcosa smarrito nel nascere.
Luciano De Giovanni, Sfiorare le cose

scuola varie 088

Ho già sperimentato in più occasioni quanto i bambini sappiano essere profondi e capaci di affrontare con naturalezza argomenti impegnativi e di spessore filosofico. Continua a leggere »

Tracce

31 dicembre 2013

31 dicembre 2013

 

Eravamo là,
sospesi
sulla linea di confine,
una vela di luce
a tenerci
leggeri.
E l’acqua, sul fondo
a imprimere il verso,
scalpiccio del tempo
scivolato via.

 

Giallo-rosso-blu ,1925

Giallo-rosso-blu ,1925

“Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde.

Per Kandinskij il giallo è un colore “femminile”, comunica l’espressione piena, forte, vitale dell’energia, eccita all’azione come uno squillo di tromba o un’intera fanfara militare.
Il blu, principio “maschile”, è un colore profondo, severo e spirituale: nel suo tono medio ricorda il suono del violoncello, se tende a maggiore profondità evoca l’organo, se invece vira verso l’azzurro si alleggerisce come il suono di un flauto.
Il rosso, colore della materia, della terra, è forte e pesante, come le note di una tuba.
L’arancione, avvicinabile al giallo, è un colore frivolo e turbolento come i gorgheggi di un soprano.
Il verde, somma di blu e giallo, può prendere dall’uno e dall’altro, e ha dunque la versatilità di timbri di un violino.
Il viola ricorda il corno inglese o il fagotto, mentre il bianco è l’assenza di suono, l’indispensabile pausa tra una nota e l’altra.
Il nero, poi, è il buio, il silenzio che cala alla fine del concerto.
(Lo spirituale nell’arte, 1912)

Una mostra da non perdere.

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/milano-kandinsky-a-palazzo-reale/150081/148588

Il cielo di oggi

28 dicembre 2013

28 dicembre 2013

Il cielo di oggi
pettinava le nuvole
le arricciava nei solchi,
pettine di madre,
dedizione di vento,
sollecita evanescenza.
Ne ordinava le file
composte, sopra il vago
dell’ orizzonte,
a sgranare il pensiero.

- E ti ho voluto bene –
mormorava lei, a sera.
Come se allora fosse stato
come se ora non fosse più.

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Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Da “Il rimedio è la povertà”, articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al ’75 contenuto nell’antologia a cura di S. Perrella, Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013).

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