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Chagall delle meraviglie

Dipingo come addormentato in sogno
Quando la foresta si copre di neve
Il mio quadro sembra un altro mondo
Io soltanto, da tanti anni! Resto qui.

 

Io e il mio paese, 1912 matita, acquerello e gouache su carta

Io e il mio paese, 1912
matita, acquerello e gouache su carta

È soltanto mio
Il paese che è nell’anima mia
Vi entro senza passaporto
Come a casa mia
Vede la mia tristezza
E la mia solitudine
Mi addormenta
E mi copre con una pietra profumata.

All'imbrunire, 1938 - 1943 olio su tela

All’imbrunire, 1938 – 1943
olio su tela

Molti hanno fatto dell’umorismo sui miei dipinti, soprattutto sui miei quadri con le teste all’ingiù…
Non ho fatto niente per evitare quelle critiche. Al contrario. Sorridevo – tristemente, certo – della meschinità dei miei giudici. Ma avevo, malgrado tutto, dato un senso alla mia vita.
… se sei pittore, puoi avere la testa al posto dei piedi, e resterai pittore.

Il compleanno, 1915 olio su cartone

Il compleanno, 1915
olio su cartone

Un’appassionante mostra da non perdere: http://www.milanoguida.com/visite-guidate/mostre-milano/mostra-chagall-milano/

Tanto di cappello

Da qualche tempo accompagno mio padre nella visita domenicale al cimitero. Poiché non è più in grado di affrontare la camminata da solo, lo prendo sottobraccio e a piccoli passi percorriamo il vialetto ghiaioso che attraversa il camposanto. Una breve sosta davanti alle tombe dei parenti stretti, una più duratura davanti al loculo dove sono deposte le ceneri di mia madre. Là si appoggia con entrambe le mani al bastone, incurva le spalle e china la testa. Rimaniamo silenziosi, lui con gli occhi fissi sulla graniglia del pavimento, io che cerco di sostenere lo sguardo sempre severo della mamma, finché arriva il suo “andòm”, andiamo, perentorio e inappellabile. Per il ritorno scegliamo il percorso meno dissestato, che ci porta a dare un saluto ad altri conoscenti: un vecchio compagno di scuola con cui mio padre faceva la strada ogni mattina per andare a lezione, la vicina di casa che era casellante della ferrovia Parma-Suzzara, la figlia del pollivendolo morta giovane per una malattia fulminante, la maestra delle elementari di cui ricordo nitidamente il rossetto luminoso che metteva ogni giorno al termine delle lezioni, prima di uscire dall’edificio a braccetto del marito, insegnante nella stessa scuola. Ripassiamo mentalmente un pezzo della nostra vita attraverso le lapidi di marmo, gli avelli ornati di fiori finti, le fotografie strette tra iscrizioni, angeli con le ali distese e madonnine in preghiera.
“Ormai sono tutti qui” sospira e non saprei dire se si tratta di rammarico o di timore, o forse entrambi, ben miscelati, come accade spesso nei nostri sentimenti, quando s’intrecciano quelli avversi, che sembrano in opposizione, ma con labili confini, l’amore e l’odio, la paura e il coraggio, fiducia e diffidenza, desiderio e avversione.
Poi arriviamo al grande cancello d’ingresso e immancabilmente mio padre sposta il bastone nella mano sinistra, con un mezzo giro su se stesso solleva il cappello in segno di saluto e, tenendolo sospeso in aria, abbraccia con lo sguardo tutto il cimitero. Nessun segno di croce o gesto religioso, solo quel cappello alzato, come si faceva un tempo verso chi si portava rispetto e benevolenza.

Giallo sul Po

Su questo magico violino verde
Vorrei ancora sonare, se le mani
Non brancolassero.

(Angelo Maria Ripellino)

 

Mi senti?

Mamma, mi senti?

Ho spesso cercato di immaginare come sarebbe stato dopo. Dopo la tua morte, intendo. Quella morte che mi perseguita da sempre, la parola indecente che staziona nel mio cervello da quando ho facoltà di memoria, una delle prime parole che tu mi hai insegnato, che mi ha unito a te in doppio legame.

Da quando sei venuta al mondo sto male, desidero farla finita. Vivo solo perché ci sei tu.

Contraddizione che si fa verbo, disorientamento per chi ascolta. Io, bambina. E da allora la mia missione è stata proteggerti, se io sola potevo avere questo potere e questa responsabilità. Ed ero io a camminare di notte fino al tuo letto per capire se respiravi, non tu, come la legge naturale avrebbe richiesto. Bambina che accudisce, sorveglia, si fa presenza. Bambina mite, dolce, compiacente.
Poi il peso si è fatto insostenibile ed è iniziato il Grande Rifiuto. Continua a leggere »

Preso! e sei morto

“Chi muore si trasforma immediatamente in passato. Poco importa quant’era importante, quanta bontà o quanta voglia di vivere avesse, o come sia impensabile l’esistenza senza di lui: la morte dice preso! e la vita svanisce in un secondo e la persona si trasforma in passato. Tutto quello che era legato a lei diventa un ricordo che lotti per conservare, che è un tradimento dimenticare. Dimenticare il suo modo di bere il caffè. Il suo modo di ridere. Il suo modo di alzare gli occhi. Eppure lo dimentichi. È la vita che lo pretende. Dimentichi a poco a poco, ma con costanza, e può essere talmente doloroso che fa male al cuore.”
Paradiso e inferno, Jon Kalman Stefansson

Rosso

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… e come guardiano metto un papavero, perché il cuore non abbia a sbiadire.

Cicladi - Sguardo su Ios

Cicladi – Sguardo su Ios

Polonio: “Che cosa leggete, mio signore?”.
Amleto: “Parole, parole, parole”.
(W. Shakespeare, Amleto)

Inventare storie è un’arte assai difficile, perché occorre saperne di tessitura, di alchimia, di incantesimi e di parole.  I bambini in genere non sono intimoriti da questa attività, ci si buttano a capofitto, come in un gioco, seguono le loro strade, si perdono nel bosco dell’illogicità, fanno ricorso alle mollichine conservate nei fondi delle tasche della fantasia, ruminano qualche parola, frullano il tutto e non dimenticano mai il punto finale (i precedenti quasi tutti) e non scordano nemmeno la loro bella firma con svolazzo finale. Sono orgogliosi del risultato, vogliono leggerlo in pubblico, sanno gigioneggiare ammiccando ai compagni quando pronunciano i passaggi più arditi.
Certe volte, invece, accade che la storia appartenga a tutti, sia un’elaborazione dell’inconscio del gruppo, sia il distillato degli alambicchi giornalieri che ci hanno unito in cinque anni di vita comune.  Così è stato per il racconto fantasy creato qualche settimana fa. Una storia ideata in gruppo nella sua ossatura, poi stesa individualmente e dipanata con sfumature personali.
Erano loro i protagonisti dell’avventura, tutti i 24 compagni di classe, e attraversavano lo specchio magico per entrare in un nuovo mondo.
Io, la maestra, ero troppo distratta o troppo presa a fare la maestra per accorgermi del loro trapasso oppure, quando me ne rendevo conto, era già troppo tardi per accompagnarli.  Laggiù, nel nuovo mondo, ognuno era un re dei 24 regni che formavano quei territori e tutti insieme avevano una missione: impedire che il vaso dell’ignoranza cadesse nelle mani delle forze del male che volevano spargerne il contenuto su quelle terre belle e rigogliose.  Per fare questo dovevano ricostruire il puzzle che componeva l’elsa della spada della sapienza, l’unica che avrebbe sconfitto definitivamente le forze malvagie.  Coalizzati e collaborativi, i 24 re e regine sapevano creare artifici, trovare strategie, architettare insieme piani per raggiungere il loro obiettivo. Nelle loro avventure ogni compagno ha trovato spazio, si è mostrato intelligente o arguto, ingegnoso o lungimirante, fedele o collaborativo, attento o fiducioso. Poi, al termine di tutta questa mirabolante impresa, hanno percorso nuovamente il varco e sono tornati nella loro aula.  Qualcuno mi ha descritto in impaziente attesa, altri addormentata, certuni mi avevano portato con loro ma solo come spettatrice di un’impresa che non mi apparteneva.
Tutti comunque consapevoli di avere avuto simbolicamente un’occasione speciale, di essere stati artefici di una straordinaria avventura, l’impresa più eroica, affascinante e terribile per un bambino: diventare adulto, seppure metaforicamente, distaccarsi dal mondo infantile che ancora li intrappola e sperimentarsi in un luogo misterioso, irto di pericoli ma anche di richiami irresistibili, in cui hanno saputo (e sapranno di certo) trovare il loro posto, il miglior posto possibile.

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